La Sardegna non è una regione per giovani imprenditori.

L’Isola, infatti, si posiziona all’ultimo posto della classifica nazionale che misura la capacità dei territori di offrire alle nuove generazioni opportunità di lavoro, impresa, formazione e condizioni adeguate a costruire il proprio futuro.

Ciò emerge dall’annuale classifica delle regioni e delle province “amiche” dei giovani imprenditori realizzata dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, che ha elaborato l’indice “Youth Friendly 2026”, su dati UnionCamere-Infocamere, INAIL, INPS, Excelsior.

L’analisi prende in esame 27 indicatori, articolati in “quattro grandi pilastri”: Lavoro, Impresa, Competenze e Territorio, che comprendono, tra gli altri, il tasso di occupazione under 35, la presenza di giovani imprenditori, la collaborazione scuola-impresa, la diffusione dell’apprendistato, il saldo migratorio dei giovani all’estero o altre regioni. L’analisi dettagliata di queste dimensioni permette di comprendere dove risiedano le criticità maggiori e dove, invece, l’Isola mostri segnali di resilienza.

Nonostante gli sforzi compiuti dalla Regione per sostenere le giovani attività imprenditoriali, l’Isola ottiene 371 punti, su una scala da 100 a 1.000, collocandosi nella fascia di “friendliness” bassa e al 20° posto tra le regioni italiane. Un risultato molto distante da quello delle regioni in testa alla graduatoria: Lombardia (727 punti), Emilia-Romagna (703) e Veneto (697), contro una media nazionale di 564 punti.

“La fotografia scattata dal dossier non deve diventare una sentenza sul futuro dell’Isola – commenta Mattia Urru, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato Sardegna – i giovani artigiani sardi dimostrano ogni giorno che fare impresa è possibile anche in un contesto complesso, mettendo insieme capacità manuali, idee innovative, strumenti digitali e attenzione ai nuovi mercati”. “Perché queste esperienze possano moltiplicarsi, però, servono condizioni più favorevoli – prosegue – accesso al credito, procedure amministrative più semplici, formazione imprenditoriale e incentivi capaci di accompagnare le attività dalla fase di avvio agli investimenti necessari per crescere”.

Dalla lettura congiunta di tutti gli elementi emerge una situazione particolarmente critica per la Sardegna, soprattutto sul fronte della qualità dell’occupazione e della capacità del sistema produttivo di generare nuove opportunità.

L’Isola entra infatti nella “zona rossa”, cioè nelle ultime tre posizioni nazionali, in due dei quattro pilastri analizzati. Sul fronte dell’occupazione e delle dinamiche giovanili è terzultima, insieme a Calabria e Basilicata; per quanto riguarda invece la struttura e la vitalità del sistema produttivo, si colloca ancora una volta nelle posizioni di rincalzo, insieme a Toscana e Molise.

SOLO L’8% DELLE ASSUNZIONI UNDER 30 È STABILE

Il dato più preoccupante riguarda la qualità dell’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. In Sardegna soltanto l’8% delle assunzioni di under 30 avviene con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato. È il valore più basso tra tutte le regioni italiane e meno della metà della media nazionale del 17,5%. Il confronto con le regioni più virtuose rende ancora più evidente la distanza: in Piemonte la quota raggiunge il 21,2%, in Lombardia il 20,9%, in Umbria il 20,7% e in Veneto il 20,3%.

Anche la domanda complessiva di giovani da parte delle imprese risulta contenuta. In Sardegna gli under 30 rappresentano il 23,5% delle entrate previste, contro il 27,5% della media nazionale e il 31,1% della Liguria.

Non significa, però, che le micro e piccole imprese siano estranee alla sfida dell’occupazione giovanile. Al contrario. A livello nazionale le imprese artigiane prevedono una quota di entrate under 30 del 30,2%, superiore al 27,2% delle imprese non artigiane. Nelle imprese fino a 49 addetti, inoltre, gli under 30 rappresentano il 20,2% dei dipendenti, contro il 15,7% delle imprese più grandi. È un dato che conferma il ruolo dell’artigianato e della piccola impresa come luoghi nei quali il rapporto tra giovani, lavoro e trasmissione delle competenze può diventare concreto.

LAUREATI: LA SARDEGNA È ULTIMA

Il secondo grande elemento di criticità riguarda il capitale umano.

In Sardegna appena il 23,8% dei giovani tra 25 e 39 anni possiede una laurea o un titolo di istruzione terziaria. È il dato più basso tra le regioni italiane, contro una media nazionale del 31,1%. Al primo posto si trova il Lazio con il 37,4%. A questo si aggiunge una debole integrazione tra scuola e mondo produttivo: soltanto l’8,4% delle imprese sarde mostra propensione a ospitare giovani attraverso tirocini, contro il 12% della media nazionale e il 16,8% del Piemonte. Il problema, dunque, non è soltanto quanti giovani studiano o lavorano, ma quanto efficacemente il territorio riesca a collegare formazione, competenze e opportunità professionali.

LA DEMOGRAFIA RENDE LA SFIDA ANCORA PIÙ URGENTE

Il quadro regionale si inserisce in una trasformazione demografica che interessa l’intero Paese. Entro il 2050 l’Italia perderà circa 6 milioni di persone tra i 20 e i 64 anni, con una riduzione del 17,5%. Nel Mezzogiorno e nelle Isole la contrazione arriverà al 26,6%, mentre per la fascia più giovane, quella tra 20 e 34 anni, raggiungerà il 29,8%. A questa dinamica si somma la mobilità dei giovani più qualificati: negli ultimi dieci anni l’Italia ha registrato un saldo negativo di 117mila laureati under 35, pari a circa 32 al giorno. Eppure, il nostro Paese possiede anche un patrimonio imprenditoriale significativo. L’Italia conta 358mila giovani imprenditori under 30, il 16,8% del totale dell’Unione europea, davanti alla Francia. Le piccole imprese italiane mostrano inoltre una propensione all’innovazione del 64,5%, superiore alla media europea del 50,3%.

NELLE AREE INTERNE L’ARTIGIANATO È UN PRESIDIO

La fotografia regionale non deve però nascondere un altro elemento fondamentale: proprio nei territori più fragili, l’artigianato rappresenta una delle infrastrutture economiche e sociali più importanti.

Nei comuni delle Aree Interne, a livello nazionale, gli addetti all’artigianato rappresentano il 22,2% dell’occupazione non agricola, contro il 14,5% della media complessiva. Nelle Isole, inoltre, il 49,7% della forza lavoro artigiana è concentrato nei territori interni e ultraperiferici.

È un dato particolarmente significativo per la Sardegna e per le sue realtà provinciali: Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano e Sud Sardegna non possono essere considerate soltanto come territori amministrativi, ma come comunità nelle quali la presenza delle piccole imprese contribuisce a mantenere lavoro, servizi, competenze e relazioni economiche.

L’artigianato, soprattutto nei piccoli centri, non è quindi soltanto una componente produttiva. È spesso un presidio contro lo spopolamento, un luogo di formazione professionale e una delle poche possibilità concrete per un giovane di costruire il proprio percorso senza essere costretto a trasferirsi.

“Non possiamo celebrare l’intraprendenza dei giovani e poi lasciarli soli davanti agli ostacoli burocratici, ai costi e alle difficoltà nel reperire personale qualificato – sottolinea il Presidente dei Giovani di Confartigianato Sardegna – la piccola impresa non è un ripiego, ma una scelta professionale che può generare innovazione, occupazione e valore. Dobbiamo consentire a un numero crescente di giovani sardi di diventare imprenditori nella propria terra, contribuendo a costruire un’economia più dinamica, moderna e competitiva. Dobbiamo lavorare per consentire ai giovani di trasformare il proprio potenziale in opportunità”.

Secondo Urru, “in Sardegna la questione giovanile non può essere separata dallo spopolamento e dal progressivo indebolimento economico di molti territori. Quando un giovane è costretto a lasciare il proprio paese perché non trova lavoro, opportunità formative o le condizioni per avviare un’attività, la comunità perde molto più di un residente: perde competenze, energie, idee e possibilità di sviluppo. Nei centri più piccoli, l’artigianato rappresenta spesso un presidio essenziale, capace di mantenere servizi, creare occupazione e trasmettere saperi tra generazioni. I giovani imprenditori artigiani sono quindi una risorsa strategica per la coesione territoriale. Aprire un laboratorio, rilevare un’attività esistente o innovare un’impresa familiare significa contribuire concretamente alla vitalità di una comunità. Servono, tuttavia, politiche che tengano conto delle distanze, dei costi logistici, dell’accesso al credito e delle difficoltà di collegamento dei territori interni. La Sardegna deve offrire ai giovani una scelta reale: partire per necessità oppure restare, investire e costruire qui il proprio futuro. Rafforzare l’artigianato significa anche difendere questa libertà di scelta e dare una prospettiva ai paesi dell’Isola”.

“Non basta chiedere ai giovani di restare: occorre creare le condizioni perché possano farlo. I dati del dossier ci impongono un cambio di prospettiva – conclude il Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato Sardegna – l’obiettivo deve essere rendere concretamente possibile e conveniente scegliere la Sardegna per lavorare, fare impresa e mettere a frutto le proprie competenze”.

Secondo le ultime analisi sui giovani imprenditori sardi, realizzate dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, che ha analizzato dati di Istat, UnionCamere, INPS e Istat, su 12mila giovani realtà isolane, con 30mila dipendenti, 2.570 imprese, il 21%, sono artigiane giovanili che offrono lavoro a 9mila addetti. Sul totale solo il 30% è guidato da giovani donne mentre la presenza di giovani stranieri nel comparto artigiano è limitata al 5,8%. I settori con la maggiore presenza di giovani artigiani sono: Servizi alla persona (655 imprese); Lavori di costruzione specializzati (527); Costruzione di edifici (344); Ristorazione (199); Riparazione computer e beni per la casa/auto (150).

L’inverno demografico: l’Isola perde i suoi giovani

La Sardegna sta affrontando la sfida demografica più dura d’Italia. Secondo le proiezioni, nei prossimi 25 anni l’Isola subirà la contrazione della popolazione in età lavorativa (20-64 anni) più marcata a livello nazionale, con una riduzione di 331 mila unità (-36,8%). Il calo della sola popolazione under 35 sarà altrettanto drastico: 150 mila giovani in meno entro il 2051 (-35,1%), il secondo peggior dato tra le regioni italiane dopo la Calabria. Questo scenario mette a serio rischio la continuità del sistema produttivo e la tenuta sociale del territorio.

Il paradosso del mercato del lavoro: cala l’occupazione, cresce l’inattività. Nel periodo 2021-2025, mentre l’Italia ha registrato una crescita dell’occupazione giovanile dell’8,9%, la Sardegna è stata l’unica regione italiana a segnare un calo dell’occupazione under 35 (-1,4%), perdendo circa 1.500 occupati. I dati evidenziano un tasso di occupazione giovanile fermo al 38,4%, inferiore di 5,5 punti rispetto alla media nazionale, a fronte di un tasso di inattività del 54,1%, tra i più elevati del Paese. Nonostante la diminuzione dei NEET (-12% nell’ultimo anno), restano 33 mila i giovani che non studiano e non lavorano.

A peggiorare il quadro è la “fuga dei talenti”: il saldo migratorio dei laureati (25-39 anni) è pari al -16,4‰, indicando che i giovani qualificati lasciano l’Isola due volte e mezzo più frequentemente rispetto alla media nazionale.